Il diniego del Copyright Office statunitense alla registrazione di un’opera prodotta dall’intelligenza artificiale

Il 14 febbraio 2022, il Review Board del Copyright Office americano ha confermato la tesi antropocentrica del diritto d’autore, affermando che la paternità umana sia un prerequisito affinché un’opera possa accedere alla protezione autoriale . Esso si è letteralmente pronunciato nei seguenti termini: «human authorship is a prerequisite to copyright protection in the United States and that the Work therefore cannot be registered».


In particolare, nel 2018, Stephen Thaler, noto sostenitore della paternità algoritmica su più fronti della proprietà intellettuale (specialmente quello brevettuale, rispetto al quale è già riuscito ad aprire alcune brecce), presentò domanda al Copyright Office per registrare l’opera figurativa intitolata Creativity Machine’s A Recent Entrance to Paradise attribuendone l’origine all’algoritmo dal nome Creativity Machine e la titolarità a egli stesso in quanto proprietario del medesimo, invocando la work-for-hire doctrine.


Tuttavia, sia l’ufficio del Copyright Office, che l’organo competente per la revisione delle decisioni da esso emesse, hanno rigettato la pretesa di Thaler, in conformità al Compendio statunitense per la registrazione delle opere dell’ingegno ove si esplicita che «The U.S. Copyright Office will register an original work of authorship, provided that the work was created by a human being. The copyright law only protects “the fruits of intellectual labor” that “are founded in the creative powers of the mind.” Trade-Mark Cases, 100 U.S. 82, 94 (1879). Because copyright law is limited to “original intellectual conceptions of the author,” the Office will refuse to register a claim if it determines that a human being did not create the work»² . La tesi che esclude la creatività algoritmica, almeno sotto il profilo del copyright, ha incontrato anche il favor della giurisprudenza d’oltreoceano, la quale, a più riprese, ha affermato che la tutela autoriale non può che insistere soltanto rispetto a quelle opere provenienti dall’intelletto umano³.


Si è altresì rigettata l’applicabilità della work-for-hire doctrine dal momento che sebbene quest’ultima permetta di attribuire la paternità di un’opera dell’ingegno anche in favore di entità diverse da persone fisiche, essa è pur sempre riservata a soggetti in possesso della capacità giuridica, quali ad esempio le società. Tra questi, non si annoverano, almeno allo stato attuale del diritto, gli algoritmi, i quali non possono essere titolari di situazioni giuridiche soggettive. Peraltro, tale teoria attiene esclusivamente alla paternità dell’opera, ma non alla sussistenza del diritto d’autore che, nel caso de quo, difetta a causa della mancata rintracciabilità del contributo personalistico umano.


È ben probabile che vi saranno nuovi tentativi di breccia per aprire il recinto del diritto d’autore alle creazioni automatizzate dell’intelligenza artificiale, ma si auspica che il muro costruito sulla teoria personalistica del diritto d’autore possa continuare a reggere.


[1] Tra i primi commenti a caldo v. E. Rosati, US Copyright Office refuses to register AI-generated work, finding that “human authorship is a prerequisite to copyright protection”, in The IPKat, 17 febbraio 2022, reperibile al seguente link: https://ipkitten.blogspot.com/2022/02/us-copyright-office-refuses-to-register.html?m=1


[2] Compendium of U.S. Copyright Office Practice, III ed., gennaio 2021, par. 306. Tale concetto è ribadito al par. 313.3 del Compendio, secondo cui «Similarly, the Office will not register works produced by a machine or mere mechanical process that operates randomly or automatically without any creative input or intervention from a human author. The crucial question is “whether the ‘work’ is basically one of human authorship, with the computer [or other device] merely being an assisting instrument, or whether the traditional elements of authorship in the work (literary, artistic, or musical expression or elements of selection, arrangement, etc.) were actually conceived and executed not by man but by a machine.” U.S. COPYRIGHT OFFICE, REPORT TO THE LIBRARIAN OF CONGRESS BY THE REGISTER OF COPYRIGHTS 5 (1966)».


[3] Corte Suprema degli Stati Uniti, sentenza del 17 marzo 1884, Burrow-Giles Lithographic Co. v. Sarony, 111 U.S. 53; Idem, sentenza dell’8 marzo 1954, Mazer v. Stein, 347 U.S. 201; Idem, sentenza del 18 giugno 1973, Goldstein v. California, 412 U.S. 546.


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